Io credo ai miracoli.
Non intendo,semplicemente, le meraviglie della creazione, come mio figlio appena nato amorevolmente stretto fra le braccia di mia moglie a casa, o le magnificenze della natura, come il sole che tramonta. Sto parlando di miracoli veri, per esempio trasformare l’acqua in vino o far resuscitare i morti.
Mi chiamo Florio Ferrente. Mio padre, un pompiere, ha preso il nome da san Floriano, il santo patrono della nostra categoria. Come papà, anch’io ho lavorato una vita intera per la Engine Company 5,di Freeman Street a Revere, nel Massachusetts.
A volte giungevamo sul luogo di un incendio troppo tardi. Pompavamo acqua sul tetto, ma la casa andava ugualmente in cenere. In altre occasioni riuscivamo a proteggere vite, interi quartieri, e un’infinità di animali domestici. Certo, quei cani e quei gatti mi hanno dato dei bei grattacapi, ma sono felice di aver tratto in salvo ciascuno di loro.
La gente di solito ci immagina irrompere, carichi di equipaggiamento, dentro palazzi in fiamme. E’ vero. Quella è la parte dove non si scherza, Ma nei momenti di quiete sappiamo anche farci le nostre belle risate. Possiamo far volare in aria un collega con uno sbuffo della macchinetta a pressione, e facciamo ammattire le nostre mogli piantando vecchi idranti arrugginiti fra i gerani nel giardino di casa. Possediamo più autobotti giocattolo dei nostri figli e ci infervoriamo, gridando come pazzi, per decidere quale sia il colore più adatto ai veicoli d’emergenza. Per la cronaca, io preferisco di gran lunga il rosso classico a questo orribile giallo neon.
E soprattutto, raccontiamo storie, di quelle che fanno spegnere la tv, sedersi in poltrona e rilassasi un po’.
Quella che sto per narrarvi è la mia preferita. Riguarda qualcosa che accadde tredici anni fa sul ponte lavatoio General Edwards, poco distante dalla stazione di mattoni rossi che io chiamo casa. Non era la prima volta che ci precipitavamo lassù per estrarre qualcuno dalle lamiere di un’auto o per raccogliere il corpo di un pedone travolto sulle strisce. La mia prima esperienza risale alla tormenta del 1978, quando un vecchio non vide la luce che segnalava il sollevamento della rampa. Sfondò la protezione, volò giù dal ponte e rimase sott’acqua, imprigionato nella sua Pontiac, per ventinove minuti. Riuscimmo a stabilirlo perché il suo Rimex si era fermato ventinove minuti prima che i sommozzatori tirassero fuori l’uomo da sotto il ghiaccio. Era cianotico, con un principio di congelamento e senza pulsazioni, così gli feci la respirazione artificiale. Dopo qualche istante, la pelle riprese un colorito normale e l’uomo aprì gli occhi. Avevo pressappoco ventiquattro anni, e quella era la cosa più sbalorditiva cui avessi mai assistito.
In questo genere di mestiere la verità è che si cerca di dimenticare quante più missioni possibili, in particolar modo quelle tristi, in cui la gente muore. Se sei fortunato, sfumano in una grossa macchia indistinta nel cervello. Ma ci sono casi che non potrai mai scacciare dalla mente. Ti accompagneranno per tutta la vita. Contando il vecchio imprigionato nel ghiaccio, io ne ho tre.
Quand’ero soltanto un novellino, recuperai il corpo di una bambina di cinque anni da un infernale allarme tre in Squire Road. Si chiamava Eugenia Louise Cushing, ed era coperta di fuliggine da capo a piedi. Le pupille erano capocchie di spillo, il respiro e la pressione sanguigna inesistenti, ma io continuai a cercare di rianimarla. Persino quando il medico ne dichiarò il decesso e cominciò a compilare i documenti, io non mi fermai. Poi d’improvviso, la piccola Eugenia si alzò a sedere sulla barella, tossì, si strofinò gli occhi e chiese un bicchiere di latte. Quello fu il mio primo miracolo.
Presi il certificato di morte di Eugenia, che era stato accartocciato e buttato via, e me lo misi nel portafoglio. Ormai cade a brandelli,ma io lo conservo per ricordarmi che in questo mondo tutto è possibile.
Questa considerazione mi porta al caso di Charlie St Cloud. Come ho già detto, tutto è cominciato con un’emergenza sul ponte che corre sul Saugus River, ma c’è molto di più. E’ una storia che parla di devozione, del legame indissolubile tra due fratelli. Di come sia possibile trovare l’anima gemella quando meno te lo aspetti. Di una vita recisa e di un amore perduto. Alcuni la definirebbero una tragedia, e non è difficile capire perché. Ma io ho sempre cercato di trovare degli aspetti positivi anche nelle situazioni più drammatiche, ed è per questa ragione che la storia dei due ragazzi St. Cloud mi è rimasta dentro.
Forse penderete che parte del mio racconto sia inverosimile, se non addirittura impossibile. Credetemi, so bene quanto siamo tutti attaccati alla vita e alle sue certezze. In quest’epoca di cinismo non è facile abbandonare quella durezza che ci fa andare avanti giorno dopo giorno. Ma provateci, almeno un po’. Aprite gli occhi e vedrete ciò che vedo io. E se vi siete mai chiesti che cosa accade quando una persona che amate vi viene strappata troppo presto – ed è sempre troppo presto- potrete trovare nel mio racconto altre verità. Verità che potranno alleviare la tristezza che pesa sulla vostra esistenza, che potranno liberarvi dai sensi di colpa, che potranno persino riportarvi in questo mondo, ovunque vi siate nascondendo adesso.
Allora non vi sentirete più soli.
Il grosso del racconto si svolge qui, nel tranquillo paesino di Marblehead, nel Massachusetts, uno sperone di roccia a picco sull’Atlantico. E’ quasi il crepuscolo, ormai. Mi trovo nel vecchio cimitero sul fianco della collina, dove due salici piangenti e un piccolo mausoleo dominano dall’alto del porto. Le barche a vela beccheggiano agli ormeggi, i gabbiano affollano il cielo e i bambini gettano le proprie lenze dalla banchina. Un giorno cresceranno, batteranno dei fuoricampo a baseball, baceranno delle ragazze. La vita continua il suo corso, infinita, irrefrenabile.
Poco distante da me, scorgo un vecchio arruffato che depone una manciata di malvoni sulla tomba della moglie. Un patito di storia sta ricalcando a matita l’effigie di una lapide erosa dal tempo. Le file ordinate di monumenti degradano verso una piccola insenatura sull’acqua. Da bambino a scuola ho studiato che i primi patrioti americani sfruttavano la cima di questa collina per controllare di nascosto le flotte britanniche.
Ma ora facciamo un passo indietro di tredici anni, fino al settembre del 1991. Eravamo alla stazione, intenti a far fuori il celebre semifreddo di mia moglie, mentre discutevamo dello scandalo Thomas e incitavamo a gran voce i Red Sox in corsa con i Blue Jays per la vittoria del campionato, quando udimmo il segnale della centralina, agguantammo l’attrezzatura e ci mettemmo in moto.
Ora voltate pagina, salite a bordo e lasciate che vi narri della morte e della vita di Charlie St Cloud.Tratto da: Ho sognato di te di Ben Sherwood
Prologo (da pag 1 a 5)
















































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